L’estate che sciolse ogni cosa

estate-sciolseUna delle cose che amo più in assoluto è scegliere i libri seguendo l’istinto. Succede nelle bancarelle dell’usato, spesso – e non so neanche spiegare la soddisfazione ogni volta che, per puro caso, pesco dal mucchio qualche titolo che si rivela a tematica LGBT, il che rende l’acquisto un obbligo – ma anche in libreria è divertente, con l’aggiunta che ti senti un minimo più radicato nello spazio-tempo attuale. Il che ecco. Per una come me, che vive d’astrazione, non è male.

Uno di questi colpi di fulmine istintivi mi è accaduto qualche mese fa, mentre gironzolavo per una delle librerie indipendenti in cui finisco per entrare puntualmente ogni volta che vedo un’amica, ed è stato difficile, sul momento, trovare una spiegazione razionale a quell’attrazione immediata: il romanzo era di una completa sconosciuta, opera prima di un’autrice americana, la copertina dell’edizione italiana aveva un tono neutro che di solito non mi attira troppo e il prezzo era decisamente più alto di quello che tendo a concedermi a scatola chiusa. Ma il titolo era incredibile – potrei essermi innamorata solo di quello – e dalla quarta di copertina sembrava proprio il genere di romanzo in grado di stregarmi. Ho esitato un quarto d’ora, soppesato tutte le altre cose che avrei voluto prendere in alternativa e alla fine ceduto all’istinto.

Il romanzo è rimasto in attesa per mesi, sul tavolino del soggiorno. Quando infine mi sono decisa a iniziarlo, avevo un po’ il terrore che quella lettura tanto pregustata mi avrebbe un po’ deluso. Se possibile, invece, l’innamoramento è stato ancora più completo. E quindi, anche se la tematica LGBT è solo marginale – ma la cosa adorabile è che non si intuiva per nulla dalla quarta di copertina, tanto che finché non è arrivata la conferma testuale ero sicura di starmi praticando queerbaiting da sola – ho deciso di parlarne qui perché, insomma. È così bello. L’ho amato così tanto. A dispetto di tutto. Non potevo evitarlo.

Quindi, dopo la solita introduzione infinita. L’estate che sciolse ogni cosa, di Tiffany McDaniel.

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Il ministero della suprema felicità

il ministero della suprema felicitàQuando l’anno scorso ho saputo che, dopo vent’anni di silenzio narrativo, Arundhati Roy stava per pubblicare un nuovo romanzo, sono andata in visibilio. Ho girato per qualche giorno con occhi sognanti, festeggiato internamente e ringraziato qualunque divinità continui a far vibrare il linguaggio di parole imprescindibili. E poi, chiaramente, mi sono fatta prendere dal panico all’idea di restare delusa e ho messo il libro sullo scaffale appena mi è arrivato, ho evitato di leggere recensioni (lasciandomi terrorizzare dalle poche che intravedevo) e insomma, ho cercato di costruirmi in sostanza dei paraocchi per continuare a vivere in una specie di paradosso di Shroediger letterario. Onestamente, credo sarei potuta andare avanti così molto a lungo.

Non fosse che il mese scorso in casa mia ha preso a circolare la versione italiana – presa in biblioteca – e mio padre ha iniziato a leggerla e insomma. Mi ha svelato – candidamente, ignorando che io ne fossi ancora all’oscuro – che uno dei protagonisti è un (una?) hijra. Il che, ecco, ha un po’ cambiato le carte in tavola, perché di colpo Il ministero della suprema felicità non era più un romanzo che doveva compiere la francamente impossibile impresa di superare (o quantomeno eguagliare) l’amore che provo per Il dio delle piccole cose, che potrebbe essere il libro che più amo tra tutti i libri che ho amato nei miei trent’anni di vita. Semplicemente, era un romanzo intrigante, scritto da un’autrice di cui mi fido tantissimo, che prometteva di gettare luce su argomento che conosco poco e mi affascina tantissimo: la particolare considerazione in cui sono tenute le persone transgender all’interno della cultura indiana, da tempi immemorabili e nonostante l’imperialismo. Sembrava quasi destino.

Questo prologo per, insomma. Circoscrivere un minimo le mie aspettative a inizio lettura, la difficoltà di dare un giudizio non condizionato da pregiudizi (in un senso o nell’altro); l’impossibilità, forse, anche, di farlo. Perché è un dato di fatto che non ho amato questo romanzo quanto ho amato Il dio delle piccole cose, neanche lontanamente; ma è anche un dato di fatto che, se non fosse stata Arundhati Roy a scriverlo, adesso starei probabilmente già setacciando il web alla ricerca di altri romanzi dell’autrice. Come si coniugano due reazioni tanto opposte? Per un romanzo così complesso, tra l’altro, e particolare, composito, che genera reazioni tanto contrastanti (entrambi i miei genitori, lettori forti, l’anno abbandonato a metà lettura perché non riuscivano a seguirlo) e che al tempo stesso è così importante? Forse, semplicemente nell’unico modo in cui puoi affrontarne la lettura: lasciandoti trascinare.

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Tutto inizia e finisce al Kentucky Club

tutto inizia e finisce al kentucky clubQuesta recensione è in cantiere da mesi, in realtà, e penso che potrebbe essere uno dei pezzi a cui più tengo in assoluto. Le ragioni sono molte: l’autore, la sua scrittura, il tipo di mondo che descrive. Il fatto che questa raccolta di racconti – e, si sa, le raccolte di racconti partono svantaggiate a prescindere – è quasi l’unico suo testo disponibile in italiano, e in generale una delle opere più belle che io abbia mai letto; il fatto che ho appena finito di rileggerla espressamente per scrivere queste righe, innamorandomene come la prima volta, e in questo caso più del solito ci terrei tantissimo che, a fine lettura, qualcuno che prima non conosceva né autore né opera avesse curiosità di approfondire sia l’uno che l’altra.

Ma partiamo dal principio. Benjamin Alire Sáenz è – come si intuisce dal nome – un autore Latino: nato e cresciuto negli USA, in New Mexico, uno stato che già dal nome lascia intendere quanto siano labili e pretestuosi – e al tempo stesso profondamente determinanti – i confini geografici. Questo tema – il rapporto tra identità americana, statunitense e messicana – trova un simbolo perfetto in quella città di confine che è El Paso, Texas, collegata da un semplice ponte a una delle più (tristemente) famose città messicane, Ciudad Juárez, con la quale costituisce quasi un’unità transcontinentale. Un dettaglio geografico particolarmente rilevante in Tutto inizia e finisce a Kentucky Club, il libro di cui stiamo parlando, costantemente in bilico su questo confine: i personaggi percorrono il ponte innumerevoli volte, sono nativi di El Paso e nativi di Ciudad Juárez, coinvolti nelle vicende di entrambe le terre. Circondati da un solo deserto in comune.

Benjamin Alire Sáenz si è affacciato relativamente tardi sulla scena letteraria, con un romanzo d’esordio, Carry me like water, che ha ricevuto un’ottima accoglienza critica e sfiorava già – anche se in maniera meno centrale – quei temi LGBTQ che sarebbero diventati un suo tratto caratteristico. La sua vicenda letteraria è commovente: autore di romanzi, racconti e poesie, Sáenz è venuto a patti con la propria sessualità soltanto in età matura, a cinquantaquattro anni, proprio grazie alla scrittura, che gli ha permesso di esorcizzare il fantasma opprimente di abusi infantili. “Scrivo solo le cose di cui ho bisogno di scrivere”, ha affermato in un’intervista: una dichiarazione programmatica che diventa ancora più importante se si pensa alla sua opera e alla predominanza della letteratura giovanile. La sua fama è dovuta infatti soprattutto a un romanzo Young Adult,  Aristotele e Dante scoprono i segreti dell’universo: vincitore del Lambda Literary Awards, è un testo ormai fondamentale sia nell’ambito della letteratura giovanile LGBT, sia in quello della produzione letteraria dei Latinos. (In Italia è reperibile in un’edizione scolastica che, a mio avviso, fa inspiegabilmente tutto tranne che invogliare all’acquisto, soprattutto se messa a confronto con la bellissima copertina originale).

Recentemente, Sáenz ha dichiarato di sentirsi particolarmente a suo agio nello scrivere per i ragazzi; pur apprezzando moltissimo il suo lavoro in quel campo – e ritenendo validissima e comprensibilissima la sua posizione – sono in realtà dell’opinione che la sua produzione letteraria rivolta agli adulti sia ancora più interessante, proprio perché frutto di un lavoro di indagine in continuo mutamento. I suoi personaggi, oltre a essere poetici e tridimensionali e complessi, non sono mai perfettamente inscrivibili in categorie prestabilite: abitano terre di confine geografiche, culturali e identitarie, e sono più interessati a esplorare la loro esperienza piuttosto che a racchiuderla in confini ristretti e prescrittivi. Questo particolare aspetto è determinante nell’opera di cui vorrei parlarvi, dopo questo preambolo infinito: Tutto inizia e finisce al Kentucky Clubl’unico altro suo testo attualmente tradotto in italiano, da una casa editrice valida e importante come Sellerio, vincitore sia del PEN/Faulkner Award for Fiction che di un altro Lambda Literary Awards.

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