Bellezza selvaggia

bellezza selvaggiaQuesta è una recensione che mi riprometto di scrivere da mesi, e in particolare dal 10 maggio, quando il romanzo è finalmente uscito anche in Italia, ma… per una ragione o per l’altra, ho sempre rimandato. È il dramma dei perfezionisti procrastinatori, in fondo, e quando si aggiunge il “leggero” conflitto d’interessi di essere stata direttamente coinvolta nella sua pubblicazione… Lascio immaginare.

Quindi. Prima di tutto, liberiamoci dei disclaimer necessari. Bellezza selvaggia, di Anna-Marie McLemore, è un romanzo bellissimo e incantato (in più di un senso) di cui ho festeggiato la pubblicazione in inglese prima ancora di averlo letto, per il semplice fatto che si incastrava in un’intersezione per me importantissima della realtà editoriale statunitense. Ha raccolto una quantità notevole di elogi, sulla stampa americana, ed è citato in praticamente tutte le liste che consigliano romanzi Young Adults a tematica LGBT e/o scritti da autori Latinx (ovvero, di discendenza latino-americana ma operanti negli USA), oltre che in varie liste di autrici Latinx in generale. E quando ho saputo che avrei potuto tradurlo io, in italiano, ho letteralmente passato un mese a saltellare per casa.

Perciò, riassumendo. Tutto quello che dirò in seguito non ha nulla a che fare con la mia traduzione, ed è più che altro da intendere come commento al romanzo in lingua originale. Ho tradotto un sacco di altra roba, in questi anni; ho apprezzato molto anche altri libri che mi sono passarti per le mani. È la prima volta però che mi appresto a recensirne uno, e anche se non potrei iniziare con qualcosa in cui credo di più, un lieve disagio permane. Anche perché, va detto, oltre al fatto che l’ho tradotto io, questo romanzo sembra essere stato scritto appositamente per me. E questo è un altro disclaimer importante: immagino che non sia per tutti. Ma penso che possa essere per tanti, comunque, e ho voglia di sproloquiare un po’, quindi… Bando agli indugi.

Bellezza selvaggia è un romanzo YA impregnato di realismo magico, sia per la tematica – giardini prodigiosi, brujas, sfaldamento dei confini temporali – sia perché l’autrice, la stragrande maggioranza dei protagonisti e l’orizzonte stesso in cui si inseriscono è fortemente legato al mondo latino-americano (messicano, in particolare) che può essere considerato un po’ il padre di questo genere letterario. Inoltre, è anche un romanzo meravigliosamente queer, per i personaggi, i temi e l’autrice (che da quel punto di vista è meravigliosa e di cui, a proposito, consiglio tantissimo anche When The Moon Was Ours, forse ancora più incantevole e di cui dovrò prima o poi trovare il modo di parlare anche in assenza di una nostra traduzione).

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Tutto quel che è tuo è mio

tutto quel che è tuo è mioAlla sua pubblicazione nella collana Noir questo divertente giallo della scrittrice italo-americana Sandra Scoppettone fu salutato come “una ventata di aria nuova” nel mondo delle autrici di best-seller americane. Firma di successo negli Stati Uniti e assai nota anche in Francia, Sandra Scoppettone ha creato una singolare figura di detective: Lauren Laurano, 35 anni, neanche un metro e sessanta centimetri di altezza, con l’ossessione di invecchiare e ingrassare, ex agente dell’FBI, conduce le sue indagini dribblando la fobia per il sangue, gli insetti e il computer. Vive in una bella casa insieme alla compagna Kip, di professione psicoanalista, muovendosi nel mondo vivace e un po’ trasgressivo del Greenwich Village. In questo romanzo Lauren deve indagare su un caso di stupro di cui è stata vittima la bella e timida Lake Huron: un enigma difficile da risolvere anche a causa degli intricati rapporti di parentela della famiglia Huron, con i loro inconffessabili segreti.

All’inizio dell’anno ho detto che avrei voluto provare a partecipare alla Reading Harder Challenge di quest’anno; non sapevo – e non so tuttora – in qualche modo gestirla, se avrò tempo di scrivere una recensione (o due righe almeno) per tutti i libri e sospetto che ci sarà anche qualche doppione perché, su tre titoli a tema che ho già letto, due ho deciso di sostituirli a metà lettura (essenzialmente perché voglio provare a fare le cose il meglio possibile e privilegiare romanzi che abbiano una traduzione ancora in catalogo) ma… Qualcosa voglio dirlo lo stesso.^^

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Tutto inizia e finisce al Kentucky Club

tutto inizia e finisce al kentucky clubQuesta recensione è in cantiere da mesi, in realtà, e penso che potrebbe essere uno dei pezzi a cui più tengo in assoluto. Le ragioni sono molte: l’autore, la sua scrittura, il tipo di mondo che descrive. Il fatto che questa raccolta di racconti – e, si sa, le raccolte di racconti partono svantaggiate a prescindere – è quasi l’unico suo testo disponibile in italiano, e in generale una delle opere più belle che io abbia mai letto; il fatto che ho appena finito di rileggerla espressamente per scrivere queste righe, innamorandomene come la prima volta, e in questo caso più del solito ci terrei tantissimo che, a fine lettura, qualcuno che prima non conosceva né autore né opera avesse curiosità di approfondire sia l’uno che l’altra.

Ma partiamo dal principio. Benjamin Alire Sáenz è – come si intuisce dal nome – un autore Latino: nato e cresciuto negli USA, in New Mexico, uno stato che già dal nome lascia intendere quanto siano labili e pretestuosi – e al tempo stesso profondamente determinanti – i confini geografici. Questo tema – il rapporto tra identità americana, statunitense e messicana – trova un simbolo perfetto in quella città di confine che è El Paso, Texas, collegata da un semplice ponte a una delle più (tristemente) famose città messicane, Ciudad Juárez, con la quale costituisce quasi un’unità transcontinentale. Un dettaglio geografico particolarmente rilevante in Tutto inizia e finisce a Kentucky Club, il libro di cui stiamo parlando, costantemente in bilico su questo confine: i personaggi percorrono il ponte innumerevoli volte, sono nativi di El Paso e nativi di Ciudad Juárez, coinvolti nelle vicende di entrambe le terre. Circondati da un solo deserto in comune.

Benjamin Alire Sáenz si è affacciato relativamente tardi sulla scena letteraria, con un romanzo d’esordio, Carry me like water, che ha ricevuto un’ottima accoglienza critica e sfiorava già – anche se in maniera meno centrale – quei temi LGBTQ che sarebbero diventati un suo tratto caratteristico. La sua vicenda letteraria è commovente: autore di romanzi, racconti e poesie, Sáenz è venuto a patti con la propria sessualità soltanto in età matura, a cinquantaquattro anni, proprio grazie alla scrittura, che gli ha permesso di esorcizzare il fantasma opprimente di abusi infantili. “Scrivo solo le cose di cui ho bisogno di scrivere”, ha affermato in un’intervista: una dichiarazione programmatica che diventa ancora più importante se si pensa alla sua opera e alla predominanza della letteratura giovanile. La sua fama è dovuta infatti soprattutto a un romanzo Young Adult,  Aristotele e Dante scoprono i segreti dell’universo: vincitore del Lambda Literary Awards, è un testo ormai fondamentale sia nell’ambito della letteratura giovanile LGBT, sia in quello della produzione letteraria dei Latinos. (In Italia è reperibile in un’edizione scolastica che, a mio avviso, fa inspiegabilmente tutto tranne che invogliare all’acquisto, soprattutto se messa a confronto con la bellissima copertina originale).

Recentemente, Sáenz ha dichiarato di sentirsi particolarmente a suo agio nello scrivere per i ragazzi; pur apprezzando moltissimo il suo lavoro in quel campo – e ritenendo validissima e comprensibilissima la sua posizione – sono in realtà dell’opinione che la sua produzione letteraria rivolta agli adulti sia ancora più interessante, proprio perché frutto di un lavoro di indagine in continuo mutamento. I suoi personaggi, oltre a essere poetici e tridimensionali e complessi, non sono mai perfettamente inscrivibili in categorie prestabilite: abitano terre di confine geografiche, culturali e identitarie, e sono più interessati a esplorare la loro esperienza piuttosto che a racchiuderla in confini ristretti e prescrittivi. Questo particolare aspetto è determinante nell’opera di cui vorrei parlarvi, dopo questo preambolo infinito: Tutto inizia e finisce al Kentucky Clubl’unico altro suo testo attualmente tradotto in italiano, da una casa editrice valida e importante come Sellerio, vincitore sia del PEN/Faulkner Award for Fiction che di un altro Lambda Literary Awards.

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Segnalazione | Tutto questo ti darò

Tutto questo ti daròUn paio d’anni fa, quando andavo in cerca di thriller scritti da donne, mi sono imbattuta in un’autrice spagnola piuttosto mainstream, Dolores Redondo, che negli ultimi anni ha messo sulla scena letteraria spagnola una trilogia ambientata nei Paesi Baschi, la “Trilogia del Batzán”. Non è questo il momento adatto di parlare dei pregi e dei difetti di quella saga, di cui conservo un ricordo un po’ ambiguo, ma dato che la Dea Planeta ha appena pubblicato il suo ultimo thriller – che invece mi sembra decisamente pertinente^^ – ci terrei a dire che ero rimasta  comunque favorevolmente colpita dall’ambientazione basca e dall’atmosfera molto suggestiva che Redondo aveva saputo tessere intorno ai crimini che costituivano l’ossatura della sua prima serie.

Il suo ultimo romanzo – Tutto questo ti darò, uscito l’anno scorso in Spagna e proprio ieri in Italia – abbandona i territori baschi per spostarsi in un’altra regione spagnola magica e suggestiva, la Galizia, e ha una premessa che mi ha intrigato da subito, soprattutto per via del protagonista: uno scrittore (di nuovo^^) gay che, in seguito alla morte improvvisa e violenta del marito, si ritrova coinvolto in una situazione torbida e complessa, su cui deve far luce a costo di abbandonare alcune comode certezze sulla propria vita e su quella della persona con cui aveva scelto di dividerla.

Tutto questo ti darò in Spagna è diventato un successo editoriale, riscuotendo l’approvazione sia del pubblico che della critica, che gli ha assegnato il prestigioso premio Planeta. Io sono curiosa di leggerlo fin da quando è uscito l’anno scorso, e la sua traduzione in italiano mi ha fornito un’ottima scusa.^^

Se a qualcuno piacciono i thriller ed è interessato a leggerne uno incentrato su un protagonista gay che però – immagino – non fa riferimento alla letteratura LGBT, “sdganandone” in un certo senso la tematica (per quanto la cosa possa essere positiva o negativa), consiglio sicuramente di dargli un’occhiata.^^

Sotto il cut, presentazione dell’editore, dati tecnici, e – edit del 28/12^^ – una mia opinione stringatissima a fine lettura (alla fine, purtroppo, il romanzo non mi è piaciuto quanto speravo, soprattutto per il trattamento della tematica gay).

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Segnalazione | Less

greer-lessNuova segnalazione di un libro non ancora letto ma in corso di lettura, disponibile proprio da ieri sul mercato italiano grazie al lavoro bellissimo che sta facendo La nave di Teseo.

Less di Andrew Sean Greer è uno di quei romanzi la cui semplice esistenza mi rende felice: un titolo importante, di portata letteraria internazionale, di un autore già affermato, in cui l’omosessualità del protagonista è – come nella realtà, di solito – non un dato irrilevante ma semplicemente un tratto fondamentale della sua personalità, così come l’essere scrittore o quasi-cinquantenne.

In un’interessante intervista che ho letto qualche giorno fa, Greer parla di quanto sia stato importante, per lui, fin da subito, la ricerca di un romanzo che potesse avvicinare il mondo LGBT anche a una platea statisticamente composta soprattutto di persone eterosessuali, e sottolinea che – secondo lui non a caso – i libri che più hanno fatto passi avanti in questo senso sono stati scritti in realtà da autori etero che, proprio in virtù della distanza inevitabile dalla comunità e dalle esperienze di cui trattano, hanno saputo trovare un appiglio comune e universale in cui tutti i lettori possono riconoscersi trasversalmente.

Ora, l’argomento è complesso e io, personalmente, credo di collocarmi a un polo quasi opposto: tendo a diffidare istintivamente delle intenzioni di rappresentare realtà del tutto slegate dal proprio vissuto, non ultimo perché la storia dei grandi successi non è assolutamente esente da critiche e contribuisce spesso a diffondere delle rappresentazioni sfalsate (oltre che terribilmente drammatiche). Nonostante questo – e nonostante l’impossibilità di raccontare storie rappresentative di un’intera categoria, per sua stessa natura variabile e contraddittoria – mi emoziono sempre tantissimo quando vedo la misura in cui il mondo e la letteratura LGBT si sta diversificando, e quando mi imbatto in autori che, senza dissimulare il loro orientamento, riescono a scrivere romanzi come questo e a proporli a un pubblico sempre più vasto e sempre meno settoriale.

Il romanzo, come dicevo, è in lettura, quindi una recensione vera e propria andrà rimandata di qualche tempo. Ma ho letto il primo capitolo e l’ho trovato bellissimo: divertente e al tempo stesso amaro, auto-ironico, complesso, con una scrittura bellissima (scorrevole ma anche densa e personale, grazie a una voce narrante che dimostra da subito di avere un peso particolare e una posizione insolita nell’economia della storia) e dei personaggi imperfetti ma proprio per questo umani e adorabili. Il protagonista è, come accennato, uno scrittore alla soglia dei cinquant’anni che non ha mai avuto successo in nessun ambito della vita: né in quello professionale – nessuno dei suoi romanzi ha mai sfondato e, al momento, la sua carriera letteraria sta subendo un’arrestata particolarmente deprimente – né in quello sentimentale, considerando che l’uomo che è stato suo amante per nove anni e con cui non ha mai voluto impegnarsi sta per sposare un altro e l’ha pure invitato al matrimonio. Per sfuggire a questa situazione imbarazzante – e avere una scusa per non presentarsi alle nozze – il protagonista decide d’impulso di accettare gli inviti a tutti gli eventi che fino a quel momento aveva pensato di disertare e si trova a progettare un tour complicato che lo porterà a trascorrere i mesi successivi in giro per il mondo.

Con un’articolazione narrativa che si preannuncia fin da subito piuttosto elaborata e una voce molto accattivante, Less – che poi sarebbe il cognome del protagonista, ma anche, immagino significativamente, l’avverbio meno – è sicuramente un romanzo che consiglio (anche se a scatola chiusa) a chi è interessato alla letteratura LGBT in senso lato e cerca storie a tutto tondo. E magari, ecco, anche a chi ha particolare simpatia per gli scrittori gay che non sanno bene cosa fare della loro vita, e nutrono da sempre un’attrazione particolare per gli uomini maturi ma finiscono non si sa come per portare avanti per nove anni una storia di sesso con il figliastro poco più che ventenne della loro nemesi e insomma. Arrivano ai cinquanta scoprendosi un po’ incasinati. (E a questo punto potrei anche dire direttamente: Sabry, leggi. *rolls*)

Sotto, come sempre, la presentazione della quarta di copertina e i vari dati tecnici.^^

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Una vita come tante – Recensione

Una vita come tanteSono partita con l’intenzione di scrivere una semplice segnalazione, perché Sellerio ha messo in offerta questo romanzo monumentale (insieme a tanti altri titoli) per tutto il mese di ottobre e, anche se non ho tempo di rileggerlo per fare la recensione che meriterebbe e che mi riprometto di scrivere da quando l’ho finito l’estate scorsa, mi sembrava brutto passare la cosa sotto silenzio. Ho pensato, anche solo due parole sono meglio di niente e potrebbero incuriosire qualcuno, magari, e permettergli di approfittare dello sconto. Chiaramente, però, trattandosi di me (e di un romanzo che consiglio a mezzo mondo da più di un anno), le due parole sono diventate qualcosa di più…

Una vita come tante di Hanya Yanagihara è, a mio avviso, un romanzo imprescindibile per chiunque sia interessato alla letteratura contemporanea a tematica LGBT. È stato pubblicato nel 2015 ed è diventato una specie di caso editoriale: uno di quei romanzi che difficilmente lasciano indifferenti. Tantissima gente l’ha amato alla follia, diversi l’hanno odiato (e ho letto delle critiche molto interessanti in proposito soprattutto da parte del mondo LGBT) e altrettante persone nutrono nei suoi confronti sentimenti contrastanti (e viscerali) di amore (tantissimo) e odio (un poco).

Io sono tra queste ultime, senza dubbio: credo sia il romanzo che più mi ha fatto infuriare e che tuttavia sento di consigliare lo stesso, perché anche quella furia è un’esperienza notevole.^^ Non è perfetto, assolutamente – credo che tra i romanzi che ho amato sia quello per cui avrei più critiche – ma, nonostante questo, continuo a insistere perché merita davvero di essere letto. Tantissimo.

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Sutphin Boulevard – recensione

Sutphin-Boulevard-di-Santino-Hassell-Five-Boroughs-Story-I-cinque-distretti-683x1024La prima volta che mi sono imbattuta in Santino Hassell avevo diciannove anni e stavo girando per un sito di original fictions in cerca di qualcosa che valesse la pena leggere. Lui stava coscrivendo una spy-story distopica monumentale che mi rimarrà nel cuore per sempre, nonostante siano passati dieci anni e il suo stile sia molto maturato: a volte mi sembra di rivedere echi di Sin e Boyd nei suoi personaggi che più amo e forse non è un caso – in effetti – che, di tutti i protagonisti dei Cinque Distretti, il mio preferito sia Ray.

Amare tanto un autore, e per ragioni così personali, rende difficile farsi una visione obiettiva della sua opera. È da quando è uscita la traduzione di Sutphin Boulevard che ragiono su questo dato di fatto, cercando di trovare un modo per trasmettere questo entusiasmo anche a qualcuno che non ha il mio stesso investimento emotivo, perché resto convinta che, a prescindere da tutto, il lavoro che Santino Hassell sta facendo con le sue storie sia fenomenale.

Da qualche parte nell’hard-disk ho la bozza di un articolo di duemila parole sulla sua serie più recente – una trilogia di thriller paranormali ambientata a New York, “The Community” – e prima o poi conto di recuperarlo e trasformarlo in recensione. Ma ci tenevo a iniziare la mia delirante rassegna della sua opera con qualcosa che potesse avere un minimo di interesse anche per chi non legge in lingua e, dato che questo mi dà la scusa per rileggere per probabilmente la quinta volta negli ultimi anni Sutphin Boulevard, direi che ne vale decisamente la pena.

Prima di tutto, due parole sulla serie in generale. Il titolo “Cinque Distretti” è, ovviamente, un riferimento alla città di New York: tutti i romanzi sono strutturati intorno a una delle sue suddivisioni amministrative – per il momento Brooklyn, Manatthan, Queens e il Bronx, mi sembra – e i titoli rimandano a una strada della città che riveste particolare importanza per i protagonisti o la trama. L’ambientazione non è un semplice contorno: l’amore di Hassell per New York è dichiarato e, di fatto, la città rappresenta quasi un personaggio a sé stante. O forse sono i protagonisti a esserne un’emanazione: confusi, multiculturali, spesso stanchi e pieni di problemi. Coraggiosi, sfacciati. Reali, sotto tutti i punti di vista: per i lavori che fanno – dagli insegnanti ai programmatori di app, dai lavoratori portuali ai boxer ai modelli di Instagram – e per i problemi che affrontano, per le relazioni che instaurano l’uno con l’altro. E la rete che creano, tutti insieme: qualcosa che va oltre il semplice motivo della serie per aspirare allo stato di comunità vera e propria. (Il senso di comunità è una delle grandi costanti dei romanzi di Hassell. Da quella psichica della trilogia omonima – “The Community” – a quella virtuale e internettiana della sua serie sull’amore cibernetico, all’ossatura stessa dei Cinque Distretti, il bisogno di legami sinceri e di una – metaforica, ma non solo – rete di salvataggio è pervasivo e sono convinta che sia una delle ragioni per cui le sue storie hanno una risonanza così profonda in tanti lettori. Oltre al fatto che scrive personaggi meravigliosi in modo fantastico e tutto il resto, certo.)

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Gli omicidi della sirena – recensione

Gli omicidi della sirenaCerti autori sono come calamite: basta allentare il controllo e ti ritrovi a leggere metà della loro produzione in due solo settimane, a centellinare quello che resta per non scoprirti di colpo orfano delle loro parole. Josh Lanyon mi aveva fatto questo effetto già qualche anno fa, quando avevo iniziato con la serie di Adrien English, quindi non è davvero una sorpresa che, dopo aver ceduto alla tentazione di rileggere Ombre fatali, mi sia ritrovata di nuovo divorare l’intera serie in soli dieci giorni.

Avevo perso di vista la produzione dell’autrice, però, negli ultimi anni – in effetti ero anche riuscita a perdermi del tutto la rivelazione che fosse una lei, ma sorvolerei sulla mia reazione a questo “scandalo”, dato che arriva in ritardo di un anno e non ha nulla a che fare con la qualità della sua scrittura. Il punto è: scoprire che nel frattempo aveva pubblicato un nuovo romanzo è stata una sorpresa bellissima. E leggerlo ancora di più, forse, perché ho trovato la sua scrittura molto cresciuta.

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“Ombre fatali” – Recensione

Ombre FataliJosh Lanyon è stato probabilmente il primo autore di romanzi MM che ho incontrato sul mio percorso – di quelli pubblicati, almeno, che per quanto mi riguarda essere inciampata su Santino Hassell quando ancora scriveva In the Company of Shadows su AdultFanFiction è un segno del destino. Qualche anno fa credo di avere divorato praticamente tutto ciò che aveva messo in commercio, ma da quando è tornato a pubblicare non avevo ancora avuto tempo di riprenderlo in mano e onestamente temevo di ricordarlo in maniera un po’ sfalsata. La serie di Adrien English è senza dubbio una delle mie preferite e anche se l’ho letta quando avevo già più di vent’anni, l’idea di tornarci sopra mi metteva addosso lo stesso timore di quando ti riavvicini a un libro che hai amato da bambino. La paura che non sia all’altezza, di rovinarne anche il ricordo.

Poi ho visto che la Triskell la sta traducendo in italiano e mi sono detta che valeva la pena sfidare la sorte. E ho fatto bene, decisamente, perché a questa rilettura credo di averlo apprezzato ancora più della prima volta.
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“Accadde un week-end” – recensione

accadde-un-weekendChristopher Hayeè un detective di San Diego con alle spalle un passato difficile, attualmente in congedo dal lavoro a causa di una brutta ferita che potrebbe forse impedirgli di riprendere il suo posto. Gay dichiarato, convive senza troppi problemi con l’inevitabile attrazione che prova per il suo partner, Ray, donnaiolo incallito e super etero.

Doug Heavy Runner è un vice sceriffo di Elkin, in Montana, a due passi dalla Riserva Indiana Salish-Kootenai dove è nato e cresciuto. Per qualche anno ha lavorato nella polizia di Miami ma disavventure personali e professionali l’hanno costretto a tornare a casa per occuparsi della madre malata, lasciandosi alle spalle la possibilità di vivere apertamente la propria sessualità. Ora vive al confine tra due mondi, quello bianco di Elkin e quello della riserva, sentendosi estraneo ad entrambi.Continua a leggere…