Anniversari

Opera al RossoOggi Opera compie ufficialmente due anni, e con lei un po’ anche la nostra avventura.

Sono sempre particolari queste occasioni in cui ci si ritrova – o mi ritrovo io – a fare i bilanci di un percorso, cercando di soppesarlo dall’esterno, stupendosene o ritrovandoci anche altro. Svolte inattese, delusioni, soddisfazioni del tutto impreviste.

Qualche mese fa ho seguito – senza partecipare, credo, perché sono io – un dibattito sulla rilevanza del romanzo d’esordio, come se fosse una sorta di biglietto da visita, qualcosa che presenta te, e ciò che vorresti fare, al mondo. Nel caso mio e di Sabrina è un po’ più complicato, credo, perché per certi versi abbiamo “diversi” esordi: io avevo già pubblicato I segreti delle lucciole prima, quasi una “prova generale” che in realtà ha preso tutta un’altra strada – a volte guardo i numeri delle persone che l’hanno scaricato e mi danno un po’ le vertigini, anche se so che i lettori effettivi saranno di certo ancor meno della metà – e quest’anno è arrivato Folco, che per certi versi rappresenta un altro esordio ancora, quello con casa editrice. E quando usciranno gli Aironi per me sarà ancora diverso, perché si tratta del primo romanzo che ho scritto da zero nell’ottica della pubblicazione, invece di rielaborazioni di storie già presentate online nel corso degli anni.

Opera, però. Nonostante tutto questo, a livello profondo, se penso al romanzo che più ci rappresenta, che indirizza il nostro percorso, torno sempre su Rowan. Su Edward. Su quella storia complessa, condensata, sui pomeriggi passati a limarla in ogni singola virgola; sul piacere viscerale che mi provocano ancora adesso certi giri di frase, l’impossibilità di capire se siano miei o di Sabrina; sulla complessità di quelle dinamiche costantemente in bilico, piene di ombre, e un narratore inaffidabile perché suicida. Del tutto disinteressato a uscire vivo dalla sua storia, che vive come violenza – come rifiuto – ogni tentativo esterno di salvezza.Continua a leggere…

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«L’insonnia delle rondini»

sandro pennaC’è stato un tempo, da ragazzina, in cui ero ossessionata dai papaveri. Penso che la colpa fosse di Stefano Benni, più che tutto, e del finale di Elianto – ancora adesso, quel suo «Elianto guidò la rivolta dei papaveri, la più grande rivolta della storia» ha, per qualche strana ragione, il potere di farmi venire i brividi – ma il punto è che mi ero messa a spulciare libri di poesia in cerca di versi a tema. (Perché appunto. Ero fissata).

Sono quasi sicura di esserci arrivata così, a Sandro Penna. Grazie a una fissazione assurda, l’amore per il rosso traslucido di quei fiori da grano, e una provvidenziale raccolta di CD-Rom che, all’epoca, vantavano di raccogliere tutta la migliore poesia mai scritta.

Non ricordo esattamente come avessi impostato la ricerca, ma penso sia (anche) per questo se la poesia che preferisco di lui – dopo più di dieci anni, e un orecchio più affinato, e tante crisi di coscienza che mi hanno fatto avvicinare&allontanare&riavvicinare di nuovo alla sua figura come una specie di yo-yo impazzito – è ancora quella in cui devo essermi imbattuta quel primo pomeriggio. Restandone fulminata, chiaramente, perché pochi poeti più di Penna, in Italia, hanno saputo fondere con la stessa dolcezza l’intensità limpida dell’immagine e la quotidianità di un lessico solare, arioso.

È poeta di versi brevi, Penna, apparentemente semplici e prosaici, espressioni di un mondo piccolo e immenso al tempo stesso. «Amavo ogni cosa nel mondo. E non avevo / che il mio taccuino bianco sotto il sole», scrive in una delle sue poesie più famose (questi due versi sono l’intera poesia) ed è fulminante, ogni volta, scoprire come sia riuscito in sedici parole appena ad esprimere perfettamente il senso di comunione col mondo ed entusiasmo e incredulità e frustrazione di certi momenti perfetti e irripetibili. (Che poi è una delle costanti della sua opera, credo, una specie di misticismo prosastico e terribilmente umano, terreno: «Più vivo di così non sarò mai».)

L’altra costante è l’amore, ovvio: amore omosessuale, e ancora più oscuro perché rivolto soprattutto ai “fanciulli”; che poi è anche la ragione della mia crisi di coscienza e successivo allontanamento, perché se a diciassette anni non mi disturbava l’idea di un uomo adulto attratto dai ragazzini («Non vale il grigio, non vale la strada / contro la luce dei tuoi sedici anni» è una descrizione a cui si perdona quasi tutto) con l’età adulta certi temi diventano, credo, più delicati per forza, ed è difficile fare del tutto pace con se stessi, con la propria etica.

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Di libri&auguri&buoni propositi^^

AziR5yFCcAAD8-DÈ tutta la giornata che cerco di scrivere questo post inaugurale – per il nuovo anno, per un nuovo corso, per qualunque cosa abbia bisogno di prendere un nuovo inizio – e continuo a dibattermi tra liste e consigli non richiesti; tra sogni e aspettative ed entusiasmi. Avrei voluto fare un bilancio per l’anno passato, ieri, ma alla fine ho mancato all’impegno e almeno oggi, quindi, voglio sforzarmi di mettere in ordine  le idee per tirare fuori un piccolo quadro di partenza. Qualcosa a cui tornare più avanti per controllare il percorso, magari; smentirlo, anche, rivoluzionarlo del tutto.

Il punto, come al solito, è che ho troppe aspettative e non so come farle stare tutte in un solo discorso. Ci provo con un elenco puntato, di nuovo: cinque propositi/sproloqui per il prossimo futuro.

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Lunghe marce

Oggi negli USA è il giorno del Ringraziamento, che, chiaramente, ha un significato molto diverso a seconda di chi lo celebra, in particolare per chi appartiene a qualche popolazione nativo-americana. Come diceva qualche anno fa Sherman Alexie, in un’intervista bellissima e molto LGBT-friendly, «è una festa che commemora l’inizio della fine per tutti noi, la morte di una cultura. Ma penso si potrebbe anche dire che il Ringraziamento ha a che fare con la sopravvivenza, guardate come siamo forti ora».

Mentre scrivevo “Roots”, ho letto abbastanza cose – saggi e romanzi e poesie – da sapere quanto siano vere quelle parole, e quanta ingiustizia e bellezza e resilienza evochino, ancora e soprattutto al giorno d’oggi.

Ma proprio oggi continuavo a pensare a un video che in realtà volevo postare da mesi, e su cui torno periodicamente perché mi fa bene all’anima: il montaggio – su un pezzo di musica elettronica di un gruppo First Nations canadese, che di per sé è un mix abbastanza esaltante^^ – della marcia dei Due Spiriti al Gay Pride 2015 di New York. E ho pensato che forse era il giorno giusto per condividerlo, questo. Perché mi sembra che – oltre ad aprire il cuore, ed essere una festa per gli occhi – esprima bene la strada che hanno fatto queste persone, e l’orgoglio che hanno, e le contraddizioni interne che accettano, e quanto sono vivi. A dispetto di un’intera cultura nata sul loro sterminio, e che ancora oggi, troppo spesso, preferisce immaginarli immobili, fossilizzati nel passato.

Come se fosse possibile, poi. O glielo avesse mai concesso.

Ma a parte questo. Il video è davvero bello.^^ E – per quanto questo sia decisamente l’inferiore dei suoi meriti – ha contribuito tantissimo a plasmare “Roots”.

Yo fui – In ricordo di Luis Cernuda

CERNUDACinquantaquattro anni fa, a Città del Messico, il 5 settembre del 1963, moriva Luis Cernuda. E io avevo deciso di scriverci sopra qualcosa, una settimana fa; ho cambiato idea ieri, perché non pensavo di fare in tempo. Non a scrivere un pezzo che gli facesse onore, che facesse onore al ruolo fondamentale che ha svolto in tutto il mio percorso.

Ma poi oggi continuavo a pensarci, e poco fa mi è capitato davanti uno dei suoi tanti versi impossibili, indimenticabili: “Come riempirti, solitudine, se non con te stessa?”, e mi sono ritrovata a sfogliare tutto il volume della sua Poesía Completa, una pagina dopo l’altra, fermandomi sulle troppe sottolineature, sugli appunti scarabocchiati a matita. E ho pensato che due parole almeno dovevo dirle. Condividere una poesia.

Non è facile, per me, descrivere il rapporto che mi lega alla sua figura. Gli anni Trenta spagnoli hanno ospitato una concentrazione di ingegni notevole, seconda soltanto al Secolo dell’Oro cinque-seicentesco; Luis Cernuda è uno dei quattro principali poeti di quella che è comunemente definita la “Generazione del ‘27”: degli altri tre, Federico García Lorca è indubbiamente il più famoso; Vicente Aleixandre il più ostico; Rafael Alberti il più politicamente impegnato. Tutti e quattro – e mi ha sempre fatto sorridere che, di loro, soltanto uno, Alberti, fosse etero – sono nati intorno all’inizio del Novecento (anno più, anno meno) e hanno raggiunto la maturità personale e artistica nello stesso periodo; hanno affrontato sfide simili, uno stesso periodo storico, sperimentato gli stessi movimenti letterari. Uno di loro, Lorca, è morto presto, il primo vero martire di quella che sarebbe stata la prova generale del totalitarismo europeo: fucilato da qualche parte nella campagna andalusa, tuttora sepolto in qualche sconosciuto appezzamento di terra. Un altro, Aleixandre, ha scelto di restare in Spagna, rifugiandosi in un surrealismo oscuro e non troppo penetrabile, vivendo la sua vita personale nel modo più discreto possibile. I due restanti hanno scelto l’esilio, in forme e modalità diverse.

Ed è proprio l’esilio, la chiave per comprendere la poesia di Cernuda: un esilio fisico, politico – ha lasciato la Spagna dopo l’avvento del Franchismo – ma anche culturale, esistenziale, etico. Francia, Gran Bretagna, Massachusetts, Cuba, Messico: gli estremi del suo percorso tracciano coordinate geografiche che sembrano inseguire un sogno, lo stesso che si porta dentro da sempre, il binomio che rappresenta la sintesi più pura – e scelta da lui stesso – della sua poesia: la Realtà e il Desiderio. Il che, in fondo, non è altro che l’ennesima rivisitazione dello stesso concetto.

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Dieci anni

Copertina RosaÈ almeno un mese che mi riprometto di scrivere un post, in occasione di questo anniversario, ma come quasi ogni volta che uno riflette tanto su qualcosa mi trovo con le parole che si ingarbugliano sulle troppe cose da dire, su tutte le emozioni che non si lasciano esprimere in forma coerente.

Oggi la Rosa compie ufficialmente dieci anni e, anche se a parte il prologo i primissimi capitoli sono ormai stati relegati agli archivi storici, mi dà una specie di vertigine rendermi conto di quanto tempo ci abbiamo passato sopra, io e Sabry e tutte le persone che in questi anni ci sono state vicine; pensare che alcuni di voi sono con noi praticamente dall’inizio, sono diventati parti inestricabili delle nostre vite. Ho conosciuto alcune delle mie migliori amiche, scrivendo questa storia; ho vissuto un numero imprecisato di vite, esperienze, odi e amori a volte terribilmente contraddittori. Sono cresciuta, letteralmente.

Ho iniziato e finito l’università – ricordo che il primo giorno dei corsi Sabrina era sicura che non saremmo più riuscite a continuare con lo stesso ritmo, io mi sforzavo di essere ottimista ma non avevo idea di cosa aspettarmi – ho vissuto quasi un anno a Siviglia, ho tradotto libri e insegnato a ragazzini che hanno esattamente l’età che avevo io all’inizio di questo percorso. Mia sorella minore sta per avere una bimba. Io vivo in una casa piena di piante e sfumature di viola, ma ho un gatto nero esattamente come a quel tempo.

Fare bilanci è sempre stranissimo.

E non so cosa volessi dire, quando ho iniziato a scrivere, ma adesso sento più che altro voglia di abbracciarvi tutti: quelli che si sono persi per strada e quelli che sono rimasti, quelli che sento quotidianamente e quelli che incrocio solo ogni tanto e mi illuminano la giornata. Quelli che si aggiungono giorno dopo giorno, come un piccolo miracolo che si ripete ogni volta. Perché non mi sarei mai aspettata, dieci anni fa, di ritrovarmi qui oggi a scrivere qualcosa di simile; perché forse non tutti saranno contenti, delle cose che abbiamo in programma d’ora in avanti, ma io ho in mente il nostro percorso e funziona, è quello che cerco.

La Rosa è sempre stata il nostro specchio. Lo era dieci anni fa, quando giocavamo di ruolo con una manciata di personaggi che, in retrospettiva, erano più stereotipi che creature tridimensionali; lo è stata negli anni intercorsi, quando parola dopo parola i loro caratteri si sono definiti, scolpiti, precisati, e insieme a loro il nostro stile, la nostra visione del mondo. Noi stesse. E lo è anche adesso, dopo un mese passato a smembrare quel quasi milione di parole nelle sue componenti essenziali, selezionando e accorpando e potenziando le cose che ci interessano fino ad avere lo scheletro di una cosa fedele a noi stesse; vecchia e nuova e  – speriamo – originale.

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Frank Bidart: “Queer”

Frank-BidartIl coming-out è una questione profondamente intima e persone molto più qualificate e comunicative di me hanno già approfittato dell’occasione fornita da questa giornata per parlarne, ma tra le tante esperienze e citazioni che mi sono passate sotto gli occhi oggi ce n’è una in particolare che vorrei mettere in evidenza, qui, su questa pagina, più per archivio forse (la mia fissa) che per condivisione effettiva.

Si tratta di una poesia di Frank Bidart, pluripremiato poeta americano che, a quanto mi risulta, in Italia è stato pubblicato solo all’interno dell’antologia West of your cities edita da Minimum Fax, ma di cui è possibile leggere alcuni pezzi su Le parole e le cose, tradotti da Damiano Abeni e Moira Egan.

La poesia che circolava oggi, nella versione disponibile su poets.org, ha come titolo “Queer” e inizia con questi versi lapidari: Lie to yourself about this and you will / forever lie about everything.

“Menti a te stesso su questo e mentirai per sempre su tutto.”

Perché il coming-out è la fine di un percorso lungo (o forse, più esattamente, la prima tappa di uno ancora più impegnativo, o anche semplicemente il primo di troppi momenti simili che ci si troverà ad affrontare nella vita, perché una delle cose più vere che ho mai letto è che non si fa mai coming-out una volta sola, e non è neanche detto che la prima sia la più spaventosa) ma, più ancora della confessione esterna, è fondamentale trovare la forza (o la lucidità, o il coraggio, o la determinazione, in combinazioni sempre diverse a seconda del percorso individuale) di guardarsi allo specchio ed essere sinceri con se stessi, almeno. Per quanto possibile. O sopportabile.
(Cosa che, nonostante tutto, ancora oggi può non essere semplice.)

E mi sembra che le parole di Frank Bidart, dure ma sincere, siano un monito importante, oggi come quando lui (nato nel 1939) può essersi trovato a pensarle.

«Lie to yourself about this and you will
forever lie about everything.

Everybody already knows everything

so you can
lie to them. That’s what they want.

But lie to yourself, what you will

lose is yourself. Then you
turn into them.»

A questo link  è possibile trovare la poesia intera, se qualcuno fosse interessato. (Per chi legge in inglese e apprezza la poesia: merita, soprattutto i versi finali).
Sotto il cut, una mia traduzione veloce dei versi citati, perché non sono riuscita a reperirne una ufficiale (né sono sicura che esista, effettivamente).

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“A Granada fu il crimine”

Non credo sarà un post lungo, questo – sicuramente non quanto meriterebbe di esserlo – ma nel mezzo di questo agosto in cui sto perdendo di vista il calendario mi è caduto l’occhio sulla data, proprio oggi, e ho sentito il bisogno di dire due parole. Certe ricorrenze lo meritano, soprattutto in tempi come questi. Sempre più simili, e vicini.

Il 19 agosto del 1936, ottantuno anni fa, i franchisti andalusi uccidevano Federico García Lorca, a Granada – nella sua Granada, come scriveva Machado – in un luogo ancora oggi sconosciuto (è strano pensare a quanti siano in realtà i desaparecidos, nel mondo, quanto quel termine che da adolescente mi ossessionava con le sue risonanze cupe e argentine, cilene, latinoamericane, sia in realtà un fantasma costante, una morte ancora più perfetta e terribile) ma sicuramente nella campagna granadina. Magari tra gli ulivi. È un pensiero dolce, in fondo. Almeno quello.

Ed è straziante, in realtà, pensarci: leggere le ricostruzioni di ciò che avvenne prima, la sua paura, così umana; il destino, ineluttabile a posteriori; la dignità e il coraggio, anche, di restare. O forse l’eccessivo ottimismo. L’incapacità di credere nella fine. E l’odio, soprattutto, perché il suo fu un omicidio politico sporcato di troppi rancori umani; perché fu la stroncatura di un simbolo. La fine, per la Spagna, di un periodo incredibile e fecondo, appena qualche anno prima che l’Europa seguisse lo stesso destino. E forse non è sbagliato pensare a Lorca come a un martire, per quanto involontario; sicuramente non è sbagliato pensarlo come a un martire nostro. Politico, sì, di certo, ma vittima del sessismo omofobico prima di tutto. Come scrive Ian Gibson, il suo principale biografo, nel saggio uscito ormai una decina di anni fa sulla sua omosessualità, Lorca y el mundo gay:

Federico García Lorca fu un rivoluzionario cristiano e gay che non credeva nel Dio biblico. Un rivoluzionario la cui missione era difendere, attraverso le sue opere, l’amore totale, l’amore in tutte le sue sfumature, libero da puritanesimi, proibizioni, castighi, inferni. I reazionari sentirono questo messaggio, lo capirono, lo disprezzarono e lo condannarono. Li offese nella maniera più profonda. E, quando venne il momento, ripagarono con la morte l’insolenza del poeta, perché ormai non si può più negare che, oltre all’odio verso il rosso compromesso con la Repubblica, e all’invidia per la sua fama e per i suoi trionfi e anche per i suoi guadagni, l’omofobia giocò un ruolo indiscutibile nel crimine di Granada. Crimine che, come disse Pablo Neruda, fece sì che la città dell’Alhambra passasse alla storia come un “padiglione nero, visibile da tutti i luoghi del pianeta”.

Federico García Lorca è stato una figura fondamentale, nel mio percorso. Ho scoperto la poesia con lui, a quattordici anni; posso tracciare la mia crescita critica ed estetica e umana sulla sua produzione letteraria, con l’enfasi eccessiva delle prime poesie adolescenziali, gli accostamenti deliranti e viscerali del periodo surrealista, il ricco essenzialismo popolare della poesia gitana e la bellezza pregna e densa, intensissima, delle poesie di ispirazione araba. E lui non è stato soltanto un poeta sublime, ma un artista poliedrico, un promotore culturale appassionato, un drammaturgo eccezionale, musicista, artista. Un faro per chiunque gli stesse accanto. L’elemento comune nelle testimonianze di chi l’ha conosciuto è la sua vitalità estrema, quasi abbagliante: come se lui, come persona, vibrasse su frequente ancora più uniche e diverse di lui come creatore e artista. E ricordarlo per ciò che altri gli hanno fatto, per il simbolo in cui il mondo – noi tutti – l’abbiamo trasformato, sarebbe ingiusto. Quindi. Anche se non basta, e anche se la poesia è una cosa troppo soggettiva perché questo possa avere realmente senso, vorrei farvi leggere anche due delle sue poesie che più amo.

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